QUANDO UNA COMUNIONE DI BENI PUO’ DEFINIRSI “EREDITARIA”?

L’eredità del de cuius consiste in un’universalità di diritto, caratterizzata da un’unità oggettiva, indipendentemente dai singoli elementi che la compongono. Lo stato di comunione ereditaria nasce quando, con la morte di un soggetto e, quindi, con l’apertura della successione, più chiamati all’eredità, a seguito di accettazione tacita o espressa, acquistano pro quota l’eredità nella sua accezione di universitas iuris, divenendo così “coeredi”. La comunione ereditaria viene definita “incidentale” poiché, a differenza di quella ordinaria, non viene a costituirsi per volontà dei soggetti che vi fanno parte. Inoltre, tale comunione rimarrebbe unitaria anche qualora i coeredi partecipanti avessero acquisito tale diritto in virtù di titoli diversi (ovvero in qualità di eredi testamentari, legittimi o legittimari).

Avendo dunque precisato chi sono coloro che entrano a far parte della comunione anzidetta è opportuno ora specificare quali sono gli elementi che ne sono oggetto. Senza dubbio la comunione ereditaria viene esercitata sull’insieme dei beni che appartenevano al defunto in vita, con la sola esclusione di quelle proprietà che il defunto aveva destinato come legati ad uno o più soggetti da lui designati. La Giurisprudenza storicamente, rifacendosi all’antico principio di diritto romano per cui “nomina et debita ipso iure dividuntur” ovvero “i crediti in denaro e i debiti ereditari si dividono, di diritto, per quote” , riteneva che con la successione i crediti del de cuius non entrassero a far parte dei beni oggetto di comunione ereditaria, bensì che gli stessi si dividessero automaticamente pro quota tra gli eredi. Tale orientamento è stato successivamente superato da una sentenza della Cassazione a Sezioni Unite (n. 24657/2007) che ha introdotto l’importante principio per cui divengono oggetto di comunione ereditaria anche i crediti che erano propri del defunto ( e a sostegno di questa posizione nella sopracitata sentenza vengono richiamati gli artt. 727 e 757 del nostro codice civile ).

Per quanto riguarda invece i debiti del de cuius, l’opinione comunemente condivisa è che questi non divengano mai oggetto di comunione ereditaria ( e che quindi vengano divisi tra gli eredi proporzionalmente alle loro quote), come desumibile dallo stesso art.752 del codice civile.

LO SCIOGLIMENTO DELLA COMUNIONE EREDITARIA

Prima di approfondire quali siano le modalità consentite dalla legge che permettono ai coeredi di uscire dallo stato di comunione ereditaria è opportuno identificare coloro a cui è concesso chiedere lo scioglimento della comunione.

Possiamo affermare che, ai sensi dell’art. 713 c.c., ciascun erede ha facoltà di chiedere lo scioglimento della comunione. Inoltre è importante sottolineare che tale diritto è di natura imprescrittibile, anche se il suo esercizio può incontrare dei limiti eventualmente predisposti in vita dallo stesso de cuius. Infatti, sempre ai sensi del sopracitato articolo il testatore, qualora tra gli eredi siano presenti dei soggetti minori, potrebbe stabilire che la divisione non si attui prima che sia trascorso un anno dal compimento del diciottesimo anno da parte dell’ultimo nato. Il de cuius potrebbe inoltre aver disposto che lo scioglimento della comunione non possa essere posto in essere prima che siano trascorsi cinque anni dalla propria morte. Ad ogni modo, gli anzidetti e, comunque, eventuali limiti temporali possono divenire oggetto di annullamento o riduzione dal parte del Tribunale qualora “gravi circostanze lo richiedano”, a seguito di istanza di uno o più coeredi. Ulteriori limiti alla divisione ereditaria possono essere posti, inoltre, dalla legge (ai sensi dell’art 715 c.c.); a seguito di una decisione del giudice (ai sensi dell’art. 717 c.c. ) o per volontà degli eredi stessi. ( art. 1111 c.c.).

COME AVVIENE LA DIVISIONE DELL’EREDITA’?

Lo scioglimento della comunione ereditaria può avvenire attraverso tre modalità consentite dalla legge:

  1. per accordo unanime tra i coeredi e, quindi, in maniera “amichevole” con una divisione di tipo convenzionale;

  2. per mezzo delle disposizioni testamentarie;

  3. mediante un procedimento giudiziale di divisione;

E’ importante sottolineare che con lo scioglimento della comunione( qualunque sia la modalità attraverso cui sia attuato), la partecipazione “pro quota” all’intero di ciascun coerede viene a cessare, concretizzandosi così l’attribuzione materiale dei singoli beni, o di parte di essi, ad ognuno di loro.

COSA SI INTENDE PER SCIOGLIMENTO DELLA COMUNIONE MEDIANTE “DIVISIONE CONVENZIONALE”?

Tornando a parlare delle diverse modalità di attuazione della divisione, analizziamo ora il caso in cui i coeredi convengano di procedere allo scioglimento della comunione mediante un accordo. In particolare quest’ultimo verrà a perfezionarsi solo nel caso vi sia unanimità dei consensi su ciascuna delle operazioni necessarie affinché lo scioglimento della comunione possa verificarsi, operazioni che sono specificatamene disciplinate dagli art. 718 ss. del codice civile. L’accordo anzidetto è di tipo stragiudiziale e si sottolinea, inoltre, come l’efficacia del contratto in questione sia di natura dichiarativa e non costitutiva, venendo quindi ad essere caratterizzato dal requisito della retroattività e consentendo così a ciascun ex coerede di divenire titolare del diritto sul singolo bene sin dal momento della successione. Si può inoltre affermare, ai sensi dell’art.457 c.c., che anzidetta retroattività dell’accordo è di tipo assoluto, operando non solo nei confronti dei coeredi, bensì erga omnes. Per quanto ora specificato, qualora vi fossero stati atti di disposizione di beni ereditari da parte di un coerede e successivamente, in sede di divisione, tali beni non venissero a lui assegnati, gli atti da lui predisposti risulterebbero inefficaci anche nei confronti di eventuali terzi.

Si ricorda inoltre che un eventuale contratto tra coeredi al fine di effettuare la divisione ereditaria diviene annullabile qualora sia stato estorto con violenza o con l’inganno (dolo). Tuttavia tale annullabilità può essere frutto solo di un’azione repentina del coerede che ha subito la violenza o l’inganno, qualora agisca tempestivamente in Tribunale a denunciare l’accaduto e, comunque, non oltre il termine di cinque anni dal giorno in cui è cessata la violenza o si è palesato l’inganno.

QUANDO SI PUO’ PARLARE DI “DIVISIONE TESTAMENTARIA”?

Può accadere che il de cuius abbia predisposto la divisione dei beni quando ancora era in vita e l’ effetto di queste disposizioni si produce già dall’apertura della successione. E’ necessario sottolineare che le sue volontà, in merito alla formazione delle porzioni ereditarie, sono vincolanti per gli eredi, così come impartito dall’art. 733 del codice civile, a meno che “l’effettivo valore dei beni non corrisponda alle quote stabilite dal testatore”. Quest’ultimo, tuttavia, qualora scelga di impartire delle direttive per l’attuazione della divisione, è a sua volta vincolato da alcuni limiti poiché, pur potendo ai sensi dell’art. 734 c.c., “dividere i suoi beni tra gli eredi comprendendo nella divisione anche la parte non disponibile”, non potrà mai omettere dalla divisione ereditaria i legittimari (art. 735 c.c.) poiché, in tal caso, la divisione risulterebbe nulla. Inoltre, si rende noto che il testatore, nel predisporre la futura divisione, non può arrecare lesioni ai coeredi oltre il quarto della loro quota poiché, qualora ciò si verificasse, potrebbero sempre agire legalmente per ripristinare il loro diritto mediante un’azione denominata giuridicamente “di riduzione”. Riassumendo, possiamo dunque affermare che i poteri del testatore in materia di scioglimento della comunione ( o meglio di preclusione alla sua formazione) sono quelli di:

1) effettuare la divisione formando direttamente le porzioni;

2) commissionare all’esecutore testamentario la ripartizione;

3) designare un soggetto terzo affinché la divisione si effettui seconda la stima di quest’ultimo. Tuttavia, qualora la divisione formulata dal terzo designato venga riconosciuta dall’autorità giudiziaria (a seguito di istanza presentata da qualche coerede) “contraria alla volontà del testatore o manifestamente iniqua”(art. 733 c.c.), non sarà vincolante per i partecipanti alla comunione.

COS’E’ E QUANDO SI VERIFICA LA DIVISIONE GIUDIZIALE?

Un’ultima modalità riconosciuta dalla legge per produrre lo scioglimento della comunione ereditaria consiste in una divisione giudiziale. A questo proposito è di fondamentale importanza premettere che per procedere alla divisione ereditaria attraverso una causa è obbligatorio preliminarmente intraprendere un tentativo di mediazione con l’assistenza di un avvocato.

Detto ciò, qualora esperito il tentativo di mediazione, uno o più coeredi ritengano ancora opportuno rivolgersi all’autorità giudiziaria per giungere alla divisione, è necessario che siano chiamati a partecipare al giudizio tutti i coeredi poiché, per questo tipo di procedimento, viene richiesto un liticonsorzio necessario.

La prima fase di scioglimento della comunione ereditaria, nella procedura in esame, consiste nella formazione della massa ereditaria. Qualora concorrano nell’eredità anche il coniuge e i discendenti del defunto, costoro devono conferire all’asse ereditario tutto ciò che era stato loro donato in vita direttamente o indirettamente dal de cuius, a meno che quest’ultimo non li avesse da ciò dispensati (quest’atto viene denominato giuridicamente “collazione”). Il coerede, inoltre, qualora fosse stato debitore del defunto, deve imputare alla sua quota le somme che doveva al de cuius.( art. 724 c.c.).

Una volta redatto l’inventario dei beni lasciati dal defunto, si procederà poi alla stima degli stessi, secondo il loro valore di mercato. Successivamente verrà predisposta la formazione delle porzioni che, come sopra esplicato, qualora fossero state già indicate dal testatore, vincoleranno i coeredi. Ciascun coerede ha diritto di ricevere, qualora sia possibile, una quota di beni mobili, immobili e crediti conformemente al contenuto della massa dei beni in comunione. Qualora tuttavia via sia un’impossibilità materiale di creare porzioni perfettamente eguali, come per esempio nel caso in cui vi siano beni immobili o mobili non frazionabili, allora si provvederà a delle compensazioni, costituite da conguagli in denaro. In presenza di porzioni eguali queste verranno “assegnate” generalmente mediante un’estrazione a sorte. Se le porzioni formate risultassero diseguali, le stesse verranno “attribuite” ai diversi coeredi, in quanto non avremmo un apporzionamento creatosi mediante l’estrazione a sorte, bensì un’aggiudicazione diretta. Tali operazioni, a seguito di consenso da parte di tutti i coeredi, possono essere deferite ad un notaio (art. 730 c.c.).

LE QUESTIONI CHE POSSONO SORGERE IN CASO DI COMUNIONE EREDITARIA

La comunione incidentale tra coeredi che può nascere in seguito all’accettazione dell’eredità è una situazione che nella maggior parte dei casi è destinata, prima o dopo, a venir meno. Tuttavia, la cessazione della comunione ereditaria può creare diversi squilibri all’interno della famiglia, squilibri che, oltre a toccare i rapporti parentali nel senso più generico, possono portare alla lesione dei diritti dei diversi componenti, tutelati dal nostro ordinamento. E’ importante quindi, in queste circostanze, affidarsi ai pareri di un esperto onde evitare di ritrovarsi in spiacevoli situazioni e cercando, quindi, di tutelare i propri diritti nel migliore dei modi e con beneficio di tutti.

Il nostro Studio offre consulenza in materia di successioni nei suoi uffici di Bologna in Via d’Azeglio 58, Sasso Marconi in via Porrettana 341 e Padova in Via S. Camillo De Lellis, 37.

Per concordare un appuntamento con lo Studio, potete contattarci al numero 051 581410

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