Da Uber a Foodora, da Deliveroo a Helpling, le nuove tecnologie hanno portato alla nascita dei platform workers, figure a metà strada tra lavoratori autonomi e subordinati, che nei prossimi anni potrebbero diventare un tertium genus, per usare le parole del Senatore Pietro Ichino, destinato a erodere l’area del lavoro subordinato. Nei prossimi paragrafi vedremo qual è la posizione del Senatore, con la consapevolezza, però, che non è l’unica e che il dibattito ne conta altre, anche più critiche, sull’argomento.

Secondo Ichino la tecnologia ha notevolmente abbassato i costi di transazione che nascono dalla difficoltà di mettere in contatto domanda e offerta di lavoro e nel caso dei platform worker, li ha praticamente azzerati ma, allo stesso tempo, questa crescita nei rapporti di lavoro non ha trovato un corrispettivo nelle tutele assicurative e previdenziali dei lavoratori su piattaforma.
Contemporaneamente, in Europa, sono nate le Umbrella companies, aziende che non vengono remunerate per i servizi prestati dai lavoratori con cui stipulano un contratto, ma sono i lavoratori stessi, sostanzialmente autonomi, a “pagarle” per evitare la gestione amministrativa di pagamenti e previdenza.

Entrambi i fenomeni stanno cambiando il mercato del lavoro e la necessità di tutelare i nuovi lavoratori delle piattaforme ha portato il Senatore Ichino a presentare una proposta di legge, la S 2934 (che al momento è stata assegnata ma per cui non è ancora iniziato l’esame).

Proseguendo con la lettura vedremo chi sono i platform workers, come avviene lo scambio di lavoro su piattaforme digitali, cosa sono e qual è la funzione delle Umbrella companies e quali sono i punti salienti della proposta di legge del Senatore Ichino presentata al Senato lo scorso 5 ottobre 2017.

Chi sono i platform workers?

I platform workers sono le persone che lavorano grazie alle piattaforme digitali. La più nota è Uber che, attraverso un’applicazione mobile, mette in contatto diretto passeggeri e autisti. In questo caso i “platform workers” sono gli autisti di Uber che si organizzano in autonomia per trasportare le persone da un luogo all’altro, ma il panorama internazionale conta diverse piattaforme di questo tipo. Foodora, per esempio, è un servizio on-demand in cui i platform workers sono fattorini su due ruote, che consegnano piatti a domicilio usando il loro scooter o la loro bicicletta, e ricevono le informazioni sulle consegne direttamente sullo Smartphone. Deliveroo è un servizio simile. Helpling, invece, è una piattaforma per prenotare le pulizie.

In sostanza i platform worker sono l’evoluzione moderna del pony express degli anni ’80: persone libere di rispondere o meno alla chiamata, ma economicamente dipendenti dal lavoro. A differenza dei fattorini di trent’anni fa, però, non sono solo addetti alle consegne ma prestano lavori di ogni tipo: baby sitter, addetti alle pulizie, autisti…

Il filo conduttore che li lega è la gig economy: un modello economico basato su prestazioni lavorative temporanee, in cui la retribuzione può essere negoziata oppure basata su tariffe standard fissate dal gestore della piattaforma.

La transazione avviene sulle piattaforme: il servizio migliora, i costi si abbassano, ma non ci sono tutele per chi lavora

La piattaforma è uno spazio virtuale che permette a prestatore e fruitore di un servizio di incontrarsi. Da questo incontro il servizio migliora e i costi si abbassano, ma a rimetterci sono i platform workers.

Le piattaforme, infatti, finiscono per “trasformare il prestatore, che fino a ieri era un dipendente dell’impresa fornitrice del servizio, in lavoratore autonomo” (tratto dalla relazione al disegno di legge del Sentore Ichino)

Da qui nascono due tipi di problema. Il primo: i platform workers non hanno le tutele tipiche del lavoro subordinato (malattia, maternità, pensione di invalidità e vecchiaia). Il secondo, sempre citando la relazione di Ichino, è che sono privati “di una “protezione” poco considerata da studiosi e osservatori e tuttavia assai rilevante, di cui nel nostro ordinamento solo il lavoratore subordinato gode: cioè l’esenzione pressoché totale da un insieme di numerosi e complessi adempimenti burocratici, dei quali viene fatto carico interamente all’impresa datrice di lavoro.”

Per risolvere questo secondo problema, osserva Ichino, in Europa sono nate le Umbrella companies.

Le Umbrella companies: cosa sono?

Sono imprese che offrono un “contratto di lavoro” a persone che, però, sono sostanzialmente lavoratori autonomi, con un proprio portafoglio di committenti o comunque con la capacità di entrare direttamente in contatto con loro, di solito attraverso piattaforme digitali. I lavoratori si rivolgono alle Umbrella companies per avere una copertura previdenziale ed evitare tutti gli adempimenti amministrativi legati all’incasso dei compensi.

Inoltre, queste aziende hanno anche una funzione mutualistica, perché prevedono dei fondi per ammortizzare i ritardi nei pagamenti e in alcuni casi fungono anche da rappresentanza collettiva per i propri “dipendenti”.

E’ una simulazione, un finto contratto di lavoro, sostiene Ichino, in cui l’Umbrella company non viene retribuita perché i suoi “dipendenti” offrono un servizio acquistato dall’utilizzatore finale, come normalmente accade nelle aziende, ma viene remunerata dal lavoratore stesso.

Perché i platform workers vanno tutelati e come?

Se il numero di platform workers dovesse aumentare, sostiene Ichino, si eroderebbe l’area del lavoro subordinato, che è protetto da coperture assicurative obbligatorie e l’intero sistema previdenziale ne uscirebbe destrutturato:
“L’area del lavoro subordinato coinciderà sempre di meno con l’area nella quale la protezione dell’ordinamento è necessaria, non solo perché la subordinazione è compatibile – ormai questo si osserva da tempo, soprattutto nell’area dirigenziale – con posizioni di notevole forza contrattuale del prestatore; ma soprattutto perché, viceversa, sarà sempre più ampia l’area dei lavoratori qualificabili come “autonomi”, ma svolgenti funzioni tradizionalmente proprie dell’area della subordinazione, che solo le nuove tecnologie consentono di sottrarre a quell’area”.

A quel punto i lavoratori più deboli che lavorano attraverso le piattaforme risulterebbero ulteriormente indeboliti.

Secondo Ichino, quindi, vanno prima di tutto eliminati gli ostacoli che impediscono la stipulazione del contratto di lavoro continuativo con le Umbrella companies. In Italia, infatti, ad oggi, questo tipo di accordo non è possibile, ma, al contrario di quanto accade in altri Paesi, invece di ricorrere ad un “finto contratto intermittente”, bisogna prevedere un nuovo tipo di contratto, la cui funzione è mutualistica e assicurativa.

Se invece il platform worker non si avvale di una Umbrella company per lavorare, può comunque avere una copertura previdenziale per invalidità, vecchiaia e infortuni sul lavoro attraverso voucher virtuali che incorporano la contribuzione previdenziale, ma che sono esenti dalla ritenuta fiscale.

La proposta di legge del Senatore Ichino: proposta S 2934 del 5 ottobre 2017

Ecco in sintesi quali sono i tratti salienti della proposta di legge presentata dal Senatore Ichino al Senato:

1) Viene introdotta la nozione di lavoro mediante piattaforma digitale

Il lavoro mediante piattaforme digitali è l’attività svolta da prestatori di lavoro autonomo che offrono i propri servizi in rete mediante appositi siti specializzati e applicazioni, rispondendo di volta in volta alle richieste di servizi provenienti da uno o più committenti. Sono lavoratori non iscritti ad albi o a ordini professionali e non sono assoggettati a un regime di previdenza obbligatoria.

2) Viene delineato il contenuto di un nuovo tipo di contratto

E’ un contratto di assistenza mutualistica tra Umbrella company e lavoratore in piattaforma o un lavoratore autonomo tout court, che però non sia un platform worker. Se il lavoratore non appartiene a categorie per le quali è in vigore un regime di previdenza obbligatoria, il nuovo contratto gli riconoscerebbe la possibilità di procedere alla costituzione di posizioni presso INPS e INAIL e al fondo di garanzia per ricevere una protezione idonea.

Non sarebbe un contratto di tipo subordinato. Perciò la società non avrebbe diritto alla prestazione lavorativa, né sarebbe somministratrice della prestazione acquistata da terzi.

3) A chi non rientra nel nuovo tipo di contratto dev’essere garantita una protezione minima

Per i platform workers, che non rientrano nel nuovo contratto, si prevede che l’INPS garantisca le protezioni minime previste dalla nostra Costituzione.

4) Si stabilisce il diritto ad un compenso minimo

Il compenso deve rispettare uno standard minimo su cui non saranno applicate le ritenute, che verranno calcolate e versate in modo autonomo dal lavoratore.

Sergio Palombarini: Avvocato del lavoro a Bologna

Il nostro Studio è a disposizione dei nuovi lavoratori su piattaforma per consulenza e assistenza legale. L’Avvocato Sergio Palombarini è un appassionato di diritto del lavoro fin dai primi anni di carriera, è Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Bologna e Socio di Ager-Agi, Avvocati giuslavoristi dell’Emilia Romagna, emanazione regionale della Associazione Avvocati giuslavoristi italiani. Ha patrocinato pratiche giuslavoristiche e di diritto sindacale avanti alle Preture, Tribunali e Corti di Appello di Bologna, Milano e svariate altre sedi del centro-nord Italia.

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