COSA SI INTENDE PER “DONAZIONE IN VITA”?

Ogni persona nel corso della propria esistenza può decidere di donare dei beni (denaro, beni mobili, immobili ecc..) ad un altro soggetto. Una donazione per essere ritenuta tale giuridicamente deve essere stata effettuata per puro spirito di liberalità (c.d. animus donandi), comportando un volontario arricchimento del beneficiario e, contemporaneamente, un impoverimento del donante. Affinché la donazione non risulti priva di efficacia, il donante deve possedere la c.d. “capacità di donare” e di tale capacità sono ritenuti giuridicamente privi i minori, i soggetti interdetti, gli inabilitati e gli incapaci naturali. Inoltre, deve essere attuata per atto pubblico, a pena di nullità (art. 782 c.c.) ed è necessario che all’atto formale di donazione presenzino obbligatoriamente due soggetti disinteressati ( che non siano parenti, coniugi o affini) in qualità di testimoni.

Tuttavia, qualora siano oggetto di donazione beni mobili di modico valore (il cui valore viene determinato in relazione al caso concreto, facendo anche riferimento alla situazione economica del donante e del donatario) o qualora siano state poste in essere donazioni indirette ( come, ad esempio, nel caso di rimessione di un debito o della sua estinzione) non viene richiesta obbligatoriamente la forma dell’atto pubblico.

Dopo aver brevemente descritto i caratteri essenziali dell’istituto della donazione è ora importante sottolineare che un atto di donazione sancito in vita provoca importanti conseguenze giuridiche al momento della successione ereditaria, in particolare qualora il de cuius abbia donato a favore di parenti a lui prossimi (c.d. legittimari o eredi necessari) quali il coniuge, i figli (legittimi, naturali o adottivi) o i discendenti di questi ultimi.

Infatti, qualora gli eredi necessari decidano di accettare espressamente o tacitamente l’eredità, sono obbligatoriamente soggetti alla c.d. collazione, a meno che non si verifichino particolari circostanze.

COSA SI INTENDE PER “COLLAZIONE”?

Il termine collazione deriva dal latino “cum fero” ed è l’atto con cui i legittimari conferiscono nell’asse ereditario ciò che è stato loro donato in vita dal de cuius (art. 737 c.c.). Il fondamento di tale istituto viene generalmente riconosciuto nell’esigenza di rimuovere possibili disparità di trattamento eventualmente createsi a seguito delle donazioni del de cuius, considerando queste ultime come una sorta di anticipazione dell’eredità. E’ importante sottolineare che l’istituto in questione incide esclusivamente sui reciproci rapporti di coloro che ne sono soggetti e non anche nei confronti di eventuali altri coeredi (le quote ereditarie di questi ultimi avranno quindi per oggetto solo i beni costituenti il relictum , ovvero i beni che appartenevano al de cuius al momento della morte).

COSA DIVENE OGGETTO DI COLLAZIONE? CHE COSA, INVECE, NE E’ ESCLUSO?

Oggetto della collazione sono sia le donazioni dirette che indirette. AI sensi dell’art 741. c.c. è inoltre soggetto a collazione “ciò che il defunto ha speso a favore dei suoi discendenti per assegnazioni fatte a causa di matrimonio, per avviarli all’esercizio di un’attività produttiva o professionale, per soddisfare premi relativi a contratti di assicurazione sulla vita a loro favore…”.

Sono invece escluse dalla collazione le spese di mantenimento e di educazione e quelle sostenute per malattia” ed inoltre “ quelle ordinarie fatte per abbigliamento o per nozze. Le spese per il corredo nuziale e quelle per l’istruzione artistica o professionale sono soggette a collazione solo per quanto eccedono notevolmente la misura ordinaria, tenuto conto delle condizioni economiche del defunto” (art.742 c.c.) Non sono inoltre soggette a collazione le donazioni attuate per riconoscenza o per servizi resi (art. 770 c.c.). Non è inoltre soggetto a collazione il bene perito per causa non imputabile al donatario (art. 744 c.c.), mentre i frutti delle cose e gli interessi sulle somme oggetto di collazione sono dovuti esclusivamente dal giorno dell’apertura della successione ( art. 745 c.c.). Qualora in vita il de cuius avesse contratto una società con un suo erede, ciò che è stato conseguito non è soggetto a collazione qualora la stessa sia stata contratta senza frode e se le condizioni furono regolate con atto di data certa (art. 743 c.c.)

Si ricorda che la collazione non avrà luogo per quei beni che il defunto ha donato in vita ma che per sua volontà furono dispensati dalla stessa ( nello stesso atto di donazione o nel testamento). La dispensa viene tuttavia ritenuta valida anche se tacita, ovvero quando può desumersi senza alcun dubbio dalle clausole dell’atto di donazione o dalle disposizioni testamentarie. Comunque, la scelta del de cuius sarà valida ed efficace solo qualora non ecceda i limiti della quota disponibile.

COME SI EFFETTUA LA COLLAZIONE?

La collazione può essere effettuata attraverso due modalità : per imputazione o in natura.

Il conferimento per imputazione avviene consegnando una somma di denaro che equivalga al valore che aveva il bene al momento dell’apertura della successione. Attraverso questa modalità possono essere conferiti sia i beni immobili alienati o ipotecati che i beni mobili.

La collazione in natura consiste invece nella restituzione del bene ricevuto in donazione che, cessando così di essere esclusiva proprietà del donatario, entrerà a far parte della massa ereditaria divenendo oggetto di comunione. I beni immobili che non sono stati oggetto di alienazione e che non sono soggetti ad ipoteca possono essere alternativamente conferiti attraverso una delle due modalità a discrezione del donatario. Tuttavia, una volta che quest’ultimo abbia effettuato la sua scelta e l’abbia comunicata agli altri coeredi non può più modificarla. La scelta del donatario deve essere attuata in forma scritta. Inoltre, essendo un atto con cui viene trasferito un diritto, è soggetta all’onere della trascrizione (art.2645 c.c.) E’ importante precisare che sia nel caso della collazione in natura che in quello per imputazione il valore che viene preso in considerazione al fine di effettuare il conferimento non è quello posseduto dai beni al momento della donazione, bensì il valore stimato all’apertura della successione. In caso di collazione di beni mobili “se si tratta di cose delle quali non si può far uso senza consumarle, e il donatario le ha già consumate, si determina il valore che avrebbero avuto secondo il prezzo corrente al tempo dell’apertura della successione”. Qualora invece oggetto di collazione siano “cose che con l’uso si deteriorano, il loro valore al tempo dell’apertura della successione è stabilito con riguardo allo stato in cui si trovano (art. 750 c.c.).

La collazione in denaro è attuata dal donatario mediante assegnazione di una somma di denaro ( al coniuge e agli altri discendenti) in misura eguale a quella ricevuta dal donante e sulla base del principio nominalistico (1277 c.c.), ossia non tendendo conto dell’eventuale oscillazione monetaria verificatasi nel corso del tempo.

Ai sensi dell’art. 748 c.c. il donatario ha diritto ad un rimborso qualora abbia attuato delle migliorie sui beni (nei limiti del loro valore al tempo dell’apertura della successione) e per le spese straordinarie effettuate per la loro conservazione. Allo stesso modo, se i beni hanno subito dei deterioramenti per sua colpa, il beneficiario della donazione è tenuto a risponderne con un indennizzo.

QUAL E’ LA DIFFERENZA TRA COLLAZIONE E AZIONE DI RIDUZIONE?

Può essere utile marcare le differenze tra i due istituti affini della collazione e dell’azione di riduzione poiché, pur agendo entrambi per risolvere delle situazioni di diseguaglianza che altrimenti si cristallizzerebbero ingiustamente a seguito dell’apertura di una successione, tuttavia si differenziano sia per fine che per ambito.

Infatti, mentre la collazione è un istituto che mira ad assicurare la parità di trattamento tra i legittimari, non in quanto tali, ma solo nel caso in cui tra gli stessi vi siano anche dei donatari, l’azione di riduzione viene esperita al fine di rendere inefficaci le liberalità compiute da de cuius qualora abbiano leso la quota di legittima, così da renderne possibile la ricostituzione. Quindi con l’azione di riduzione verranno ad essere coinvolti anche donatari non eredi né discendenti. Riassumendo possiamo quindi affermare che l’azione di riduzione può essere esperita dal legittimario contro qualunque donatario, anche non erede, mentre la collazione è un istituto che regola esclusivamente i reciproci rapporti tra coeredi legittimari nel caso specifico in cui taluno di essi riveste la qualità di donatario che il de ciuius non ha dispensato dall’obbligo di conferimento dei beni.

Inoltre si evidenzia come la collazione operi al fine di ricondurre all’interno dell’asse ereditario tutti i beni donati dal de cuius (mediante il conferimento anche di beni donati in tempi assai remoti), mentre l’azione di riduzione ha come fine la reintegrazione della quota di legittima con il recupero dei soli beni donati dal de cuius oltre il limite della disponibile, venendo quindi inizialmente coinvolte solo le donazioni più recenti. Solo in un secondo momento, qualora queste ultime non bastassero a ricostituire la quota di legittima, si procederebbe con le donazioni più remote.

Chiariamo inoltre che la collazione, anche se attuata per imputazione, differisce per finalità e funzione dall’imputazione di cui art. 564 c.c., comunemente denominata “imputazione ex se”. L’unica affinità rinvenibile tra i due istituti può ravvisarsi nel fatto che entrambi questi procedimenti consistono in un’operazione contabile che non comporta il reale trasferimento del bene. Tuttavia, l’imputazione ex se è l’onere cui è soggetto esclusivamente il legittimario qualora voglia agire mediante l’azione di riduzione per ripristinare la sua quota di legittima. Infatti egli, al fine di procedere per questo scopo, è obbligato ad imputare alla sua porzione legittima le donazioni ed i legati di cui è beneficiario così da non poter essere soddisfatto oltre ciò che gli spetta. Quest’imputazione può essere richiesta anche dal destinatario non legittimario contro cui è stata esperita l’azione.

Si precisa, inoltre, che anche tale tipo di imputazione può essere oggetto di dispensa da parte del de cuius. Tuttavia, a differenza del caso di dispensa da collazione, l’ esenzione dall’imputazione ex se esige una specifica ed espressa manifestazione di volontà da parte del de cuius, non potendo altrimenti aver luogo.

I DIRITTI E I DOVERI A SEGUITO DI APERTURA DI SUCCESSIONE

Quando giunge il momento in cui si è chiamati ad accettare o a rifiutare un’eredità spesso non si è consapevoli, per le più svariate motivazioni, di quali siano le conseguenze e quali i vantaggi o gli svantaggi che possono derivare dalle proprie scelte.

E’ necessario dunque, in tali circostanze, essere ben informati sebbene la maggior parte delle volte questo non basti poiché risulta assai complicato destreggiarsi tra i vari istituti giuridici e, quindi, far valere i propri diritti oltre che riconoscere i doveri che, se non adempiuti, possono portare anche a spiacevoli sanzioni. E’ importante quindi affidarsi sempre al parere di un esperto.

Il nostro Studio offre consulenza in materia di successioni nei suoi uffici di Bologna in Via d’Azeglio 58, Sasso Marconi in via Porrettana 341 e Padova in Via S. Camillo De Lellis, 37.

Per concordare un appuntamento con lo Studio, potete contattarci al numero 051 581410

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