DIVORZIO BREVE: LA COMMISSIONE GIUSTIZIA DEL SENATO DICE SI.

Anche in Italia, a breve, le coppie in crisi potranno divorziare in modo diretto, senza bisogno di passare prima dalla fase della separazione.

La Commissione Giustizia del Senato, infatti, ha dato il via libera alla norma sul divorzio cosiddetto “breve”, ossia ottenibile senza dover necessariamente passare attraverso la fase della separazione personale dei coniugi. Nel sistema odierno, infatti, devono essere rispettati alcuni requisiti per poter chiedere il divorzio, ossia la cessazione degli effetti civili del matrimonio (curiosamente, infatti, la legge 898 del 1970 non parla mai espressamente di “divorzio”, in omaggio alla tradizione italiana dei decenni passati in cui il matrimonio era indissolubile). Tali requisiti sono indicati dall’art. 3 della legge sul divorzio: tra questi, il più frequente nella prassi è quello indicato dal n. 2, lett. b), ossia la separazione non interrotta che dura da almeno tre anni. La ratio di tale norma è chiara se si tiene a mente il contesto in cui tale legge è stata emanata, ma non risponde più alle esigenze della società moderna, in cui i coniugi spesso vorrebbero darsi l’addio definitivo senza dover passare attraverso fasi progressive. Quando la legge è stata emanata, al fine di raggiungere un compromesso tra chi era legato alle vecchie tradizioni e chi, invece, sentiva l’esigenza di cambiamento, fu previsto un termine minimo per poter chiedere la cessazione degli effetti civili, che in origine era ancora più lungo nel caso in cui uno dei due coniugi ponesse il proprio rifiuto al divorzio. Ciò in quanto si volle concepire la separazione personale come una sorta di “pausa di riflessione” per i coniugi, al fine di decidere se tornare insieme o se dividersi definitivamente. Esigenza che non è più avvertita dalla moderna società.

La nuova normativa che si vorrebbe introdurre nel nostro paese, andrebbe ad allinearsi a quanto accade già nella maggior parte dei paesi europei evitando soprattutto il protrarsi delle attese interminabili che si verificano quando  sorgono complicazioni procedurali, nonché i costi per affrontare le spese di due procedimenti. E questi non sono gli unici vantaggi che la riforma in discussione comporterebbe.

A parte coloro che scelgono di rivolgersi alle autorità ecclesiastiche per ottenere la nullità del matrimonio, molte coppie italiane, al fine di aggirare il lento ed estenuante meccanismo interno, si recano in altri Stati europei che prevedono forme brevi di divorzio, che poi trascrivono in Italia, con il vantaggio di ridurre i tempi d’attesa a circa sei mesi e di contenere anche le spese legali; ad oggi, infatti, solo Italia, Polonia,  Irlanda del Nord e Malta prevedono ancora la fase della separazione.

L’unico limite per ottenere il divorzio all’estero è che bisogna avere la residenza nel paese prescelto da almeno sei mesi, ma si tratta solo di un limite a cui le coppie rimediano attraverso un contratto di affitto, il pagamento delle relative utenze e la richiesta della residenza. Passati i sei mesi si richiede il divorzio per poi tornare in Italia, dove si dovrà solo chiedere la trascrizione presso l’ufficiale di stato civile, che non può rifiutare.

Da ultimo, una parte della dottrina intravede un’altra possibilità di divorzio immediato in Italia ricavabile dal regolamento europeo n. 1259 del 21 giugno 2012, che ha aperto la strada alla cooperazione giudiziaria tra i diversi Stati membri attraverso il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale.

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