Sabato 28 novembre scorso è stato ucciso in Turchia il presidente dell’Ordine degli avvocati di Diyarbakyr (Kurdistan Turco) Tahir Elci. L’avvocato era stato oggetto nei giorni scorsi di pesanti attacchi – sia da parte del Governo che della magistratura – per aver fatto affermazioni che tendevano ad inquadrare il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) come una organizzazione non terroristica.

Citiamo di seguito la cronaca del quotidiano Il Manifesto on line del 29 novembre.

«Non vogliamo armi né guerra», queste sono state le ultime parole di Tahir Elci, 49 anni, capo dell’Ordine degli avvocati di Diyarbakir, ucciso da uomini armati ai margini di un flash mob nel centro storico della città di Sur. Nello scontro a fuoco, anche un poliziotto ha perso la vita, un altro è rimasto ferito, insieme a un giornalista.

Un video mostra uomini che sparano contro un poliziotto dall’interno della loro vettura. In seguito, si vedono varie persone fuggire dalla macchina nelle strade limitrofe. Nonostante sia stato imposto immediatamente il coprifuoco a Diyarbakir, sono in corso manifestazioni e scontri con la polizia. Si è trattato di un assassinio a sangue freddo, in un luogo pubblico, dopo una manifestazione in difesa dei diritti dei kurdi e per denunciare lo stato di assedio della città di Sur, guidata da un uomo che ha sostenuto l’ingiustizia che il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) sia nella lista dei gruppi terroristici.

Per Elci, il Pkk è semplicemente un’«organizzazione politica armata» molto popolare. Ha ripetuto le sue opinioni lo scorso ottobre dagli schermi della televisione Cnn Turk.

Dopo quell’intervista, i giudici della Corte di Bakirkoy avevano citato in giudizio Elci per le sue dichiarazioni. L’avvocato avrebbe potuto ricevere una condanna fino a sette anni e sei mesi di prigione con le accuse di «propaganda a favore di un’organizzazione terroristica». Per questo, Elci era stato fermato e poi rilasciato lo scorso 19 ottobre. Al momento del rilascio, aveva ripetuto la legittimità delle sue parole, aggiungendo che «in nessun modo la verità può costituire reato».

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